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Il  5 Aprile 2016 presso l' Università degli Studi di Macerata, si è svolto il Seminario di Studio  intitolato "Cultural Differences In Europe. Re-thinking the Process of European Integration" organizzato nell'ambito del progetto europeo “Walls and Integration: images of Europe building - WAI”.

Gli studiosi e le studiose che hanno partecipato a questa iniziativa, realizzata in collaborazione con l'Università degli studi di Macerata, hanno cercato di mettere a tema le differenze identitarie e sociali in chiave sociologica e storica con l'obiettivo di stimolare la memoria collettiva, di riflettere sulle divisioni ideologiche del passato, di proporre delle chiavi di lettura utili a comprendere i mutamenti storico-politico e sociali che hanno portato alla formazione dell'Europa contemporanea, concentrandosi in particolare sul periodo che va dalla nascita simbolica dell'Europa (1950) alle prime elezioni del Parlamento Europeo (1979).

Hanno partecipato: Isabella Crespi, Edoardo Bressan, Simone Betti (Università di Macerata); Andrea Griffante (Vytautas Magnus University – in collegamento skype dalla Lituania); Claudia Santoni, Silvia Casilio e Loredana Guerrieri (Osservatorio di Genere). Dopo i saluti delle autorità: Stefania Monteverde (Vice Sindaco Comune di Macerata – capofila del progetto WAI) Michele Corsi (Direttore del Dipartimento), ha  introdotto  i lavori della mattinata Flavia Stara (Presidente del corso di Laurea ITOURDEM – Università di Macerata).  

Di seguito un breve resoconto degli interventi.

 

Differences and similarities in Europe: all equal, all different?

Isabella Crespi

Molti leader hanno cercato di unire l'Europa e tutti hanno fallito. Naturalmente, la forza delle armi non hanno avuto un gran ruolo nel perseguire l’obiettivo di Unità europea, che è caratterizzata da buona volontà, leggi e  istituzioni comuni, e altri mezzi che sono più appropriati per un continente. Le origini del progetto moderno sono politiche, anche se fin dalla nascita l'accento è stato posto sull'economia. Il progetto non è stato solo basato sulla nozione di preminenza dell'economia, ma anche sull'idea che la razionalità economica avrebbe facilitato l'emergere di opinioni comuni in altri settori, che ciò avrebbe portato alla creazione di un'entità simile ad una Stati Uniti d' Europa.

Tuttavia, la cooperazione economica non è più sufficiente  per l’Unione Europea che abbiamo bisogno di costruire oggi; la crisi dell'euro ha dimostrato che tale cooperazione ha i suoi limiti, soprattutto quando prendiamo in considerazione le differenze culturali e storiche in un continente che rappresenta la regione più complessa del mondo.

Ci si aspetta che più di 300 milioni di persone formino un’ unione in una zona relativamente piccola in cui però non abbiamo bisogno di viaggiare molto  prima di incontrare gente che  parla, mangia, beve diversamente da noi, canta altre canzoni e venera altri eroi, gente  il cui comportamento è regolato da una serie di relazioni consolidatesi con il tempo, con diversi sogni e  differenti demoni.

Queste differenze di fondo sono quasi mai, o solo raramente, menzionate. Esse sono mascherate dal discorso, che presuppone che gli europei dovrebbero essere alleati naturali nel loro approccio al resto del mondo. Tuttavia, tutto questo sembra essere dimenticato o soppresso nel dibattito europeo di tutti i giorni - la bandiera, Beethoven, e Eurovision ecc - a volte non ha nulla a che fare con la nostra realtà europea attuale.

I 27 governi degli Stati membri hanno opinioni diverse, interessi e punti di partenza differenti. Da non dimenticare una cultura diversa e risultati economici differenti. Essere  geograficamente dell'Europa in realtà non unisce dal momento che l'Europa è la regione più complessa del mondo e  che la"cittadinanza europea" deve ancora evolversi. Pertanto, "uniti nella diversità" è un motto molto appropriato, più che “tutti diversi tutti uguali”.

 

I giovani europei: riferimenti identitari e senso di appartenenza

Claudia Santoni (Osservatorio di Genere – Macerata)

Nella prospettiva sociologica, i giovani, che si rivolgono e guardano naturalmente al futuro, costituiscono un ambito di osservazione privilegiato per comprendere i processi di costruzione delle identità individuali e collettive che si mettono in atto nelle società. In un momento storico-politico come quello attuale, in cui appare sempre più evidente l'esistenza di conflitti, di resistenze e di ritardi - pensiamo al tema del welfare o della cittadinanza europea - diviene interessante provare a riflettere sul "sentirsi europei" delle nuove generazioni, tracciare il cui identikit è un'operazione sempre molto difficile. I giovani d'oggi hanno identità sempre più complesse, plurime, con transizioni all'età adulta fluide e mutevoli da contesto a contesto. 

L'appartenenza all'Europa costituisce qualcosa di ancora non concluso, di non pienamente strutturato, un riferimento sovranazionale che appare per i giovani ancora agli arbori, un senso di appartenenza ancora da consolidare. Le tendenze recenti da un punto di vista migratorio indicano invece l'Europa come un contesto di possibile inclusione sociale, uno spazio geografico all'interno del quale si muovono vecchie e nuove forme di migrazioni in cui si è accentuata la presenza dei giovani. Guardando al caso Italia, mentre si stabilizza la presenza nei territori di migranti di seconda generazione e si tenta di rafforzare la prospettiva interculturale nei sistemi educativi, si è già avviato un flusso rilevante di giovani italiani all'estero, i cosiddetti "cervelli in fuga", che cercano nella dimensione europea più opportunità e realizzazione.

 

I giovani, il viaggio e le grandi trasformazioni in Europa negli anni 60-70

a cura di Silvia Casilio (Osservatorio di Genere)

Gli anni Sessanta e Settanta furono caratterizzati dall'esplosione di un'intensa ondata contestataria che dilagò in molti paesi occidentali e che contribuì a cambiare radicalmente usi e costumi. Protagonisti di questa intensa stagione di protesta furono essenzialmente i giovani ovvero la generazione che, nata nel secondo dopoguerra, crebbe «all’ombra della bomba atomica».

L’esplosione della contestazione a livello planetario contribuì alla definizione di un nuovo «spazio politico», dai confini più estesi di quelli che partiti e organizzazioni sindacali avevano definito fino a quel momento, in cui prese corpo “la geografia mentale” del ‘68. Fu proprio a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta che in Italia e in molti paesi europei si affermò un protagonismo giovanile che interessava e attraversava campi disparati: dagli stili di vita alla musica, dai viaggi alla politica. I giovani iniziarono a far sentire la loro voce apparendo nelle strade e nelle piazze con una radicalità inedita.

Nel ventennio preso in esame e in particolare negli anni Sessanta non è possibile identificare u centro propulsore unitario, ad esempio la politica di una o più nazioni, ma “nuclei distinti” animati, però, da idee, lotte e obiettivi comuni.

Il contributo cercherà di tracciare una mappa della gioventù dell'epoca – che a molti appariva come una «internazionale dell’irrequietezza» - che dall’Italia all'Olanda, dalla Francia alla Germania si muoveva in autostop a suon di rock and roll e musica beat. Questa gioventù “in movimento” definì una spazialità politica senza frontiere che diede luogo ad un ridimensionamento dello stato nazione  ponendo le basi per un'Europa culturalmente unita e coesa.

 

LONTANO DALL’EST: IL PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA NEI PAESI BALTICI

Andrea Griffante (Università “Vytautas Magnus”, Kaunas, Lituania”)

Qualsiasi integrazione – sia essa economica, politica o di altro genere – rappresenta un processo di selezione e adattamento a una norma e a dei valori possibilmente mediani. Nel caso di Lituania, Lettonia ed Estonia, il processo di integrazione europea iniziato dopo la caduta dell’URSS ha rappresentato un percorso di adattamento assai brusco alle norme del mercato e del consumo. Il fine dell’integrazione nella nuova Europa – quella dell’UE – ha rappresentato per i tre Stati baltici anche un importante stimolo a riflettere sulla propria identità storica. La smania di essere ‘occidentali’ ha tuttavia spinto il discorso pubblico dei tre Paesi a ‘standardizzare’ il proprio passato sottolineandone la matrice ‘europeo-occidentale’. Ciò ha oscurato sia l’originale (e, come tale, problematico) apporto dei tre Paesi alla storia d’Europa, che l’importanza storicamente avuta dalla Russia per la realizzazione della modernità nazionale nel Baltico sudorientale.

 

Simone Betti (Dipartimento di Scienze della Formazione, dei Beni Culturali, del Turismo)

Paesaggi europei e mappe di cittadinanza

La confusione tra territorio e paesaggio, ormai molto generale nelle scienze umane e forse anche nelle scienze naturali, è indicatrice di un cambiamento nel lavoro umano che non abbiamo tenuto sufficientemente in considerazione. Infatti, come ha mostrato Serge Moscovici, se si ritorna alla composizione del lavoro – energia/informazione – scopriamo, che nel corso della storia, l’energia biologica dell’uomo ha svolto nel tempo, un ruolo sempre più debole. Il lavoro di riproduzione diventa sempre meno importante mentre quello di invenzione impone sempre più la sua presenza (Raffestin 2005, pp. 55-57). I vecchi territori rurali e industriali che abbiamo ereditato appartengono ad una territorialità che non esiste più o che si è trasformata quasi completamente. Questi territori, per la gente che li abitava, non erano paesaggi. Erano territori dell’esistenza, i luoghi della vita quotidiana, cioè quelli del lavoro inteso nel senso tradizionale. Le popolazioni svolgono, consapevoli o meno, un ruolo attivo nella trasformazione del paesaggio, elemento chiave del benessere individuale e sociale, prodotto, tutelato, gestito o pianificato dai singoli e dalle comunità. Una comunità che si reggeva su quella attenzione e solidarietà, talora faticosa ma necessaria, che li teneva tutti insieme. L’apporto della geografia allo studio dei processi di formazione della società multiculturale è legato tradizionalmente all’analisi geografica dei fattori spaziali chiamati in causa dal fenomeno migratorio. Un aspetto delle dinamiche migratorie è proprio l’impatto ambientale di una comunità immigrata nel tessuto insediativo preesistente; il consolidarsi di ragnatele migratorie e l’affermarsi di processi “comunicativi” di immigrazione, ovvero un processo attraverso il quale i nuovi arrivati si inseriscono in un contesto organizzato dai connazionali che li hanno preceduti, insieme a meccanismi di ghettizzazione che finiscono per concentrare la popolazione immigrata in specifiche arie, tendono a creare zone chiaramente demarcate ad alta densità di popolazione straniera. Questi luoghi di concentrazione possiedono un ampio gradiente di visibilità nei confronti del resto della popolazione. Scenario privilegiato di queste dinamiche è il contesto urbano, nel quale tende a concentrarsi la popolazione immigrata. I paesaggi urbani oggi si caratterizzano per la presenza di segni espliciti di una presenza multietnica; questa identità collettiva prende il nome di paesaggio etnico, esso coinvolge in primo luogo il ruolo interpretativo della geografia che nello studio dei paesaggi urbani può vantare una sedimentata tradizione di ricerca. L’idea base delle mappe di cittadinanza è quella di riprendere alcuni aspetti delle mappe di comunità (metodi per l’educazione al territorio), adattandoli alla scala spaziale di prossimità e finalizzandoli all’educazione alla cittadinanza europea. Seguendo i principi del costruttivismo, la realizzazione condivisa di una mappa degli spazi vissuti e percepiti è intesa come un percorso educativo mirato al riconoscimento delle visioni, dei punti di vista, dei valori, delle criticità e delle idee per la trasformazione del territorio. Da questa pluralità emerge una doppia forma di radicamento identitario, da un lato intenso come attaccamento ai luoghi, riconosciuti come parte del proprio spazio personale, dall’altro correlato alla comprensione di quanto i luoghi siano condivisi, parte di uno spazio sociale nel quale l’identità personale si estende mettendosi in relazione con una pluralità di progetti, visioni, valori e vissuti altrui, solo in parte condivisi, che i luoghi generano con i soggetti della cui vita fanno parte.

 

Dal Welfare State all’Europa della solidarietà

Edoardo Bressan

L’intervento esamina la nascita e l’evoluzione dei sistemi di Welfare in Europa, nella cornice degli Stati nazionali e democratici del secondo Novecento, con l’avvio dei processi di unificazione europea. Sia pure attraverso una varietà di esperienze e di “modelli” – in prevalenza “universalistici” nel caso inglese e nordeuropeo, “occupazionali” o “misti” nell’Europa continentale e mediterranea, secondo la ricostruzione di Maurizio Ferrera, ma sempre in una costante estensione delle tutele – il Welfare ha rappresentato, da una parte, il superamento dei precedenti schemi assistenziali e previdenziali avendo quale riferimento un comune diritto di cittadinanza e, dall’altra, il passaggio decisivo in vista di un riconoscimento effettivo della “sicurezza sociale”. L’esempio italiano a questo riguardo è di grande interesse, soprattutto nel campo della sanità dopo la legge di riforma del 1978.

Le difficoltà crescenti del Welfare, in atto da tempo nel contesto della globalizzazione e ora anche della crisi economica, sono legate a una molteplicità di fattori, dall’andamento demografico alla sostenibilità finanziaria, dall’emergere di “nuove povertà” all’interno di tutti i Paesi al notevole aumento dell’immigrazione. Tale dato, che si accompagna al rallentamento di un’armonizzazione legislativa fra i diversi Stati dell’Unione Europea, rischia di limitare per molti la possibilità di accedere ai servizi sociali e sanitari, anche in modo sensibile, nonché di ridurre i livelli di benessere acquisito, proprio in un momento come quello attuale che richiede una nuova Europa della solidarietà. Solo una stagione di politiche sociali lungimiranti, oltre a rispondere a una indubbia finalità etica, appare in grado di assicurare  le dinamiche dell’integrazione all’interno della società e dell’inclusione degli immigrati, costruendo una cittadinanza il più possibile condivisa.

 

Lavoro fra tutele e diritti: uno sguardo europeo

Loredana Guerrieri

L’8 agosto del 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, si consumò la tragedia nella quale persero la vita 262 lavoratori di dodici diverse nazionalità, tra cui 136 italiani emigrati nel paese europeo. La sciagura di Marcinelle, che simboleggiò contestualmente una  tragedia del lavoro e dell’immigrazione, rappresentò uno spartiacque tra il "prima" e il "dopo" sia perché, sull’onda della commozione e della rabbia popolare, lo Stato italiano decise di mettere fine al protocollo bilaterale del 1946 che facilitava i viaggi dei disoccupati italiani in Belgio sia perché la CECA e la Comunità Europea iniziarono ad attivarsi per migliorare gli standard di sicurezza nei settori industriali a rischio. Da lì venne, infatti, la spinta ad approvare regolamenti, direttive e raccomandazioni sulla protezione dei lavoratori più esposti, sulle condizioni minime a loro tutela e, in generale, sul diritto del lavoro. Poi, verso la metà degli anni ‘80 ci fu un vero innalzamento delle tutele. Infatti, fino alla metà degli anni ’80 in Europa non esisteva una vera e propria normativa specifica in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Così, un’importante svolta, si verificò nel 1987, con l’elaborazione dell’Atto Unico Europeo, segnata dall’introduzione di una nuova disposizione giuridica volta a promuovere “il miglioramento, in particolare dell’ambiente di lavoro, per tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori“.

Successivamente, con il trattato di Amsterdam, nel 1997, sono state definitivamente inserite in Europa altre disposizioni in materia di Salute e Sicurezza sul Lavoro.

 

 

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